Sole, mare, natura e tanta storia. Pantelleria rappresenta la centralità nel Mar Mediterraneo. Nei panorami incantevoli che offre, la Tunisia è spesso visibile a occhio nudo. Il suo territorio è di origine vulcanica. L’ultima eruzione è avvenuta, nel 1891, sul pendio nord-occidentale, nella parte sommersa. Sono tuttora presenti molti fenomeni di vulcanesimo secondario, prevalentemente con acque calde e soffioni di vapore. L’isola raggiunge un’altitudine di 836 m sul livello del mare con la Montagna Grande.

Pantelleria si caratterizza per il suo paesaggio, nel quale agli elementi naturali (colate laviche a blocchi, cale e faraglioni) si aggiungono i manufatti creati dall’uomo: muri a secco, con la quadruplice funzione di spietrare il fondo, contenere il terreno, delimitare la proprietà fondiaria e proteggere dal vento. E i famosi giardini panteschi, costruzioni quasi sempre cilindriche in muratura di pietra lavica a secco con la duplice funzione di proteggere gli agrumi dal vento e di controllare gli effetti micro-climatici per un giusto apporto di acqua alla pianta, laddove l’isola ne è naturalmente sprovvista. E ancora i dammusi, fabbricati rurali con spessi muri a secco, cubici, con tetti bianchi a cupola ed aperture ad arco a tutto sesto, atavici esempi di architettura bio-climatica.

La vite ad alberello di Pantelleria, (detta anche alberello pantesco) è un’antica e tradizionale forma di allevamento della vite, impostata nei piccoli vigneti dell’isola di Pantelleria, in Sicilia, del vitigno a bacca bianca Zibibbo.Il 26 novembre 2014 a Parigi l’UNESCO ha dichiarato la “Pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello, tipica dell’isola di Pantelleria””, patrimonio immateriale dell’umanità

La flora autoctona dell’isola è costituita dalla rigogliosa macchia mediterranea, con la ginestra, il corbezzolo, dal pino marittimo e le piante aromatiche tipiche della gariga (timo, rosmarino, lavanda, origano, mentuccia). Sulle cime più alte si sviluppa il bosco di pini, che a quote più basse è sostituito da lecci (localmente detti balluti). La scarsità di acqua che non sia piovana ha reso impossibile lo sviluppo dell’agricoltura irrigua. Cresce spontanea una varietà di cappero, che oggi rappresenta anche una delle principali coltivazioni dell’isola, insieme con quella della vite e dell’ulivo (con la varietà detta biancolilla), quest’ultimo coltivato basso e ramificato in ampiezza per proteggerlo dal vento. Sono rari gli agrumi, coltivati con particolare cura e protetti dai venti. Introdotte dall’uomo sono anche numerose varietà di palme, tra le quali è stranamente assente la palma nana, che su altre isole mediterranee, tra le quali la Sicilia, si associa alla macchia.

Pantelleria costituisce un punto di transito per la migrazione di molte specie aviarie tra Europa e Africa. Tra i volatili stanziali si segnalano svariate specie di rapaci, compresi il falco pellegrino, il barbagianni, la poiana e la berta maggiore. Già data per estinta, ma forse ancora esistente, è la foca monaca. Gli altri mammiferi, tutti di piccola taglia, sono costituiti dalla crocidura mediterranea, da arvicole e dal punto di vista numerico, soprattutto conigli, introdotti dall’uomo, i quali, non avendo nemici naturali, si riproducono in modo incontrollato.

Forse introdotte dall’uomo e poi rinselvatichite sono molte altre specie: il colubro sardo, unica specie di serpente presente sull’isola, la capra, che nel medioevo popolava il paesaggio ma oggi è estinta, e il gatto selvatico, che vive in piccole colonie tra i boschi della regione sud-orientale.

Tra i mammiferi di taglia maggiore, oltre a pochi bovini e ovini allevati in stalla per la produzione casearia, e in piccolo numero rinselvatichiti, la fauna di Pantelleria annovera la presenza di una sottospecie autoctona di equide, detta asino pantesco. Già estintosi, grazie ad un’iniziativa della Regione Siciliana è stato sviluppato un progetto per ricostituire la razza Pantesca in purezza, in seguito al quale dal 2003 si annoverano alcuni esemplari. La presenza di tale asino è nota da tempi remoti. Molto diffuso fino a metà del XX secolo e molto forte, l’asino di Pantelleria venne selezionato dall’Esercito Italiano, durante la Grande Guerra, per la produzione di muli militari.

LA TIPICA VITE AD ALBERELLO

La storia ha radici antichissime. L’isola venne frequentata sin dal Neolitico, come dimostrano i rinvenimenti della sua caratteristica ossidiana in tutto il bacino del Mediterraneo occidentale. Si data alla fine dell’Eneolitico un gruppo di vasi, forse di un corredo funerario, rinvenuto casualmente a Bugeber. Per quanto noto ad oggi, il più antico stanziamento è il villaggio fortificato con mura ciclopiche di Mursìa, dell’età del Bronzo, databile ad un periodo compreso tra il XXII e il XV secolo a.C., di cui sono note numerose capanne, le più antiche delle quali dalla curiosa planimetria che ricorda lo scafo di un’imbarcazione, ed un imponente muro di fortificazione, tra i meglio conservati del Mediterraneo preistorico, il quale, spesso circa 10 metri e alto almeno altrettanto, circonda l’insediamento sul suo lato est per una lunghezza di 300 metri.

Assai caratteristiche sono anche le tombe, dette sesi (termine di oscura etimologia, esclusivo del dialetto pantesco), delle quali sopravvive un centinaio di esemplari sparsi nell’aspra contrada Cimillia che forma il retroterra orientale dell’abitato. I sesi sono costruzioni in pietra lavica murata a secco, a pianta circolare con spiccato emisferico o troncoconico, talora a gradoni. Al loro interno si cela un numero variabile di celle (da due a dodici) a pianta circolare con volta a cupola ogivale, cui si accede da uno stretto e basso cunicolo. Gli scavi archeologici condotti nell’insediamento hanno restituito una notevole quantità di oggetti importati da svariate regioni del Mediterraneo (Micene ed Egitto), che testimoniano il ruolo centrale dell’isola in una fitta rete di scambi che aveva come principale obiettivo i principali metalli, rame e stagno, necessari alla produzione del bronzo.

Dopo un considerevole lasso di tempo, durante cui l’isola rimase apparentemente disabitata, i fenici vi fondarono una colonia,Cossyra, i cui resti archeologici si trovano sulle colline di San Marco e Santa Teresa nell’immediato retroterra dell’attuale capoluogo. Cossyra entrò presto nell’orbita della vicina potenza cartaginese, della quale seguì i destini. Al periodo punico si fanno tradizionalmente risalire le centinaia di cisterne che costellano il territorio dell’isola. Pantelleria venne più volte occupata dai romani durante le guerre puniche, nel corso del terzo secolo a.C., fino alla definitiva conquista avvenuta nel 217 a.C. I Romani diedero un forte impulso all’economia dell’isola come dimostrano i numerosi insediamenti sparsi nel suo territorio e i rinvenimenti nello stesso sito di Cossyra, tra i quali tre ritratti in marmo raffiguranti Cesare, Tito ed una donna identificata con Antonia minore.

Ad epoca tardo-antica (V-VI secolo d.C.) risalgono alcuni insediamenti, di cui rimangono le necropoli costituite da tombe a fossa scavate nella roccia ed una caratteristica produzione ceramica, detta pantellerian ware, rinvenuta in vari luoghi del Mediterraneo. Conquistata dall’ammiraglio bizantino Belisario nel 540, per conto dell’imperatore Giustiniano, Pantelleria conobbe un periodo di profonda decadenza, durante la quale venne usata, come forse già in epoca romana, quale luogo di esilio di importanti personaggi. Risale a questo periodo, se non l’introduzione, almeno la profonda cristianizzazione della sua gente:le fonti storiche citano anche un monastero di cui si ignora il sito. All’epoca bizantina risale anche il nome attuale dell’isola, che nella sua forma originaria Patelareas, Πατελαρέας, compare per la prima volta nella regola di questo monastero.

Saccheggiata dagli Arabi a partire dal 700, fu da essi stabilmente occupata probabilmente dall’845, nel contesto della Conquista araba della Sicilia divenendo parte dell’Emirato di Sicilia. Agli Arabi si attribuisce per tradizione l’arrivo di gran parte degli elementi caratteristici del suo attuale paesaggio, tra i quali i dammusi. Certamente gli Arabi introdussero la coltivazione del cotone e la loro lingua che, con una variante locale simile al maltese, rimarrà in uso fino agli inizi del XIX secolo e che ancora oggi influenza profondamente il siciliano che si parla localmente. Nel 1123 l’isola fu conquistata dai Normanni di Ruggero I di Sicilia ed annessa al Regno di Sicilia, del quale seguirà i destini fino ad oggi. Nel 1311 una flotta aragonese, al comando di Luigi di Requesens, vi conseguì una notevole vittoria; la famiglia Requesens ottenne in seguito il principato dell’isola.

Nel giugno del 1488 fu saccheggiata da una squadriglia di 11 fuste turche, le quali portarono via schiavi 80 dei 250 abitanti che Pantelleria allora contava e inoltre razziarono tutta la produzione di cotone e di tele, in quei tempi principale ricchezza dell’isola (J. Zurita, Anales de Aragon. T. 2-2, l. XX, cap. LXXIX. Saragozza, 1579). A causa della sua vicinanza con le coste africane, Pantelleria venne poi ripetutamente saccheggiata anche dai corsari barbareschi. Particolarmente cruenta fu l’incursione che nella metà del XVI secolo vi condusse il corsaro Dragut: il capoluogo venne completamente distrutto e la popolazione massacrata, con circa mille persone tratte in schiavitù. Allo stesso periodo risale l’assetto attuale del Castello Barbacane, che ancora oggi domina il porto del capoluogo, anche se probabilmente il primo impianto era di epoca normanna. I sovrani borbonici trasformarono l’isola in colonia penale, funzione che mantenne anche sotto i Savoia e che è cessata del tutto solo con la caduta del fascismo.

L’ASINO PANTESCO

Il vernacolo di Pantelleria era un dialetto siculo-arabo affine al maltese fino al tardo Settecento, quando fu sostituito dalla lingua siciliana nella sua variante pantesca. Oltre al siciliano pantesco, il cui lessico contiene numerosi arabismi tramandati dal sostrato semitico, a Pantelleria si parla l’italiano. La ricchezza di influenze del siciliano, appartenente alla famiglia delle lingue romanze e classificato nel gruppo meridionale estremo, deriva dalla posizione geografica dell’isola, la cui centralità nel mar Mediterraneo ne ha fatto terra di conquista di numerosi popoli gravitanti nell’area mediterranea.

La gastronomia di Pantelleria presenta una grande varietà di piatti tipici, nei quali si mescolano caratteristiche siciliane e del mondo arabo; tra essi: una variante del cuscus, detta tabulì; la pasta condita con un tipo di zucchina coltivata localmente; un tipo di insalata a base di ortaggi misti locali; un dolce di ricotta, detto “bacio pantesco”. Di ascendenza magrebina è anche la merghez, una salsiccia di manzo, abbondantemente speziata con peperoncino ardente. Numerosi i piatti a base di legumi, tra i quali un tipo di lenticchia rossa che si coltiva in loco. A Pantelleria si produce anche un tipico formaggio fresco, detto tumma, consumato sia dolce che salato.